
Il cibo è lo specchio dell’anima?Riflessioni dal mondo della nutrizione sportiva

foto di Valentina Celeste
Il modo in cui una persona si relaziona con il cibo è spesso la prima finestra sulla sua armonia interiore. Un’espressione forte, se vuoi, che può spiazzare. Dopo anni di esperienza nel mondo della nutrizione sportiva, da ex atleta e attuale sportiva amatoriale, però, ne sono sempre più convinta.Ne ho parlato anche domenica 8 febbraio con un gruppo di psicologi specializzandi in psicologia dello sport al Master del Centro Studi e Formazione in Psicologia dello Sport (MAPS).E, ora, voglio condividere con te alcune riflessioni.
In questa newsletter parleremo di:1. Pensaci un attimo2. Le parole sono importanti3. Due età critiche: quando corpo e mente cambiano insieme4. Guida pratica: allenare un rapporto armonioso con il cibo5. Da portare con te
1. Pensaci un attimo
Mangiare (o non mangiare) non ha a che fare solo con le calorie, i macronutrienti o il timing rispetto all’allenamento o la competizione. Si tratta invece di
ascoltare quella voce sottile che si fa sentire quando ci sediamo a tavola,
quando decidiamo cosa mettere nel piatto o se concederci o negarci qualcosa. Quando pensiamo che quel carbogel che ci rimane in tasca durante la corsa lunga sia carboidrati di cui possiamo fare a meno.
Quella voce racconta storie di controllo, di paura, di compensazione, di punizione.
E a volte, quella voce è il
primo campanello d’allarme di qualcosa di più profondo che chiede di essere visto.
2. Le parole sono importanti
Le parole sono importanti. Lo diceva Nanni Moretti nel film “Palombella Rossa”. Ed è un principio che mi è rimasto dentro fin dalla prima visione. Nel mio lavoro quotidiano ho imparato che
il linguaggio che usiamo per parlare di cibo plasma letteralmente il nostro rapporto con esso.
E purtroppo, siamo ancora intrisi di narrazioni dannose che trasmettiamo spesso inconsapevolmente. Quali? Eccoti alcuni esempi.
• Buoni e cattivi
Non esistono cibi buoni e cattivi. Punto. Questa dicotomia moralistica trasforma ogni pasto in un processo dove noi siamo contemporaneamente imputati e giudici.
Un pezzo di cioccolato non è cattivo e un’insalata non è buona.
Come facciamo, allora, a orientarci? A sapere cosa consumare con maggior frequenza e in più larga quantità e cosa può essere dannoso per il nostro benessere ma tanto appagante per il palato?
Personalmente preferisco usare la definizione di
cibi più o meno vantaggiosi in base al contesto
: i nostri obiettivi, il momento della giornata, l’esercizio fisico, il nostro stato di salute… Chi mi conosce lo sa a tal punto da prendermi in giro – sempre con affetto – per l’utilizzo di questi aggettivi.
Questa sfumatura linguistica non è rigore, è libertà. È togliere il carico morale da scelte che dovrebbero essere funzionali e piacevoli.
Perché
il cibo è e deve rimanere anche piacere consumato da soli o condiviso.
• Premio o punizione
“Ti sei comportato bene? Ecco un dolcetto.” “Hai perso la gara? Niente pizza per te.”
Queste frasi, apparentemente innocue, costruiscono un’architettura psicologica pericolosissima. Insegnano che il cibo non è nutrimento, ma strumento di controllo emotivo. Che possiamo meritarlo o non meritarlo. Che dobbiamo guadagnarcelo con prestazioni o comportamenti.
Questa logica si insinua profondamente: l’atleta che si nega un pasto dopo una sconfitta, la persona che si concede qualcosa solo dopo ore di allenamento.
Il cibo diventa un campo di battaglia invece che un alleato.
È difficile, lo so: a volte con le mie figlie, stremata, ci casco anche io. Ma ti invito a provarci, a non utilizzare nella tua quotidianità il cibo, in particolare quello piacevole, come un ricatto.
• Sgarro e compensazione
Un’altra parola da eliminare dal vocabolario: sgarro.
Un pasto più libero, una cena al ristorante, un dolce condiviso con gli amici non sono trasgressioni da una norma.
Sono parte di un rapporto equilibrato e armonioso con il cibo.
Chiamarli sgarri implica che ci sia una regola rigida da cui deviamo, e questa mentalità alimenta il ciclo di restrizione-abbuffata che caratterizza molti disturbi alimentari. E sensi di colpa.
Ancora meno vantaggiosa – vedi sopra! – è l’idea di dover “bruciare le calorie extra” con allenamenti punitivi.
Il corpo non funziona come un bilanciere perfetto che va ribilanciato dopo ogni oscillazione.
Pensare di dover “pagare” per un pasto è trasformare il cibo in debito e l’esercizio fisico in espiazione. E dunque pura fatica.
3. Due età critiche: quando corpo e mente cambiano insieme
• L’adolescenza: terreno fragile
La letteratura scientifica è chiara:
l’età adolescenziale rappresenta il periodo di massimo rischio per i disturbi del comportamento alimentare.
I dati epidemiologici mostrano che l’anoressia nervosa esordisce tipicamente tra i 14 e i 18 anni, la bulimia nervosa tra i 15 e i 19 anni.
Secondo studi recenti, i disturbi alimentari in adolescenza colpiscono le ragazze in una percentuale tra il 5 e l’8% e i ragazzi tra l’1 e il 2%. Questi numeri sono probabilmente sottostimati perché non includono forme subcliniche o il disturbo da alimentazione incontrollata (binge eating disorder), sempre più riconosciuto anche in età giovanile.
Perché questa vulnerabilità?
Il corpo cambia rapidamente, l’identità si sta formando, la pressione sociale è schiacciante e il bisogno di controllo si fa sentire prepotentemente. Il cibo diventa spesso l’unica variabile su cui sentire di avere potere. A volte un rifugio, a volte una punizione.
• La perimenopausa: la transizione dimenticata
C’è un altro periodo della vita altrettanto delicato e meno discusso: la perimenopausa. Un passaggio che può durare dai 4 ai 10 anni prima della menopausa definitiva e da alcuni ricercatori è stato definito come
una “seconda adolescenza”.
Non a caso.
Chi lo sta vivendo o lo ha già vissuto lo sa bene. I cambiamenti ormonali della perimenopausa sono drammatici: le fluttuazioni di estrogeni e progesterone non seguono più pattern prevedibili, la produzione di testosterone diminuisce, il cortisolo può aumentare. E
non impattano solo sul corpo
– la redistribuzione del grasso corporeo è il primo segnale –
ma anche sulla sfera mentale:
ansia, disturbi del sonno, sbalzi d’umore, nebbia cognitiva.
Gli studi mostrano che le donne in perimenopausa hanno un rischio aumentato di sviluppare disturbi alimentari o di avere ricadute se hanno avuto un disturbo in passato. Una revisione sistematica pubblicata nel 2023 ha evidenziato che
circa il 3-4% delle donne tra i 45 e i 60 anni presenta sintomi di disturbo alimentare clinicamente significativi,
con percentuali più alte per comportamenti alimentari disfunzionali subclinici.
La ricerca ha identificato alcuni fattori di rischio specifici:
l’insoddisfazione per un corpo che cambia, la percezione di perdita di controllo, la paura dell’invecchiamento.
E, negli ambienti sportivi, la pressione a mantenere prestazioni e composizione corporea nonostante i cambiamenti fisiologici inevitabili.
Come l’adolescenza, la perimenopausa è un momento di riconfigurazione identitaria.
Il corpo “tradisce” le aspettative
e per alcune donne il controllo alimentare diventa un tentativo disperato di fermare il tempo o di mantenere un senso di padronanza.
4. Guida pratica: allenare un rapporto armonioso con il cibo
Dopo averti detto tutto ciò non posso certo lasciarti senza suggerirti alcune indicazioni pratiche, da allenare ogni giorno a partire da te. Per coltivare – e trasmettere – un rapporto armonioso col cibo.
• Evita il cibo come ricatto
Allenati a non usare il cibo come strumento di controllo comportamentale, né con te né con gli altri (e neppure con i figli, se siete genitori!). “Niente dolce se non finisci i compiti” o “Ti sei comportato male, niente gelato” sono frasi che costruiscono associazioni tossiche.
Il cibo è nutrimento e piacere, non una moneta di scambio per prestazioni o comportamenti.
• Fermati e ascoltati
Prima di mangiare, fermati un attimo. Come ti senti davanti al cibo? Stai mangiando perché hai fame o perché stai cercando di non ascoltare un sentimento che disturba: disagio, noia, tristezza, rabbia?
Quando consumi un “pasto extra” o qualcosa fuori dalla routine, osserva le tue reazioni emotive: ti dà disagio? Senso di colpa? Paura? Questi segnali meritano attenzione.
Può essere utile tenere un diario, non delle calorie, ma delle emozioni.
Cosa ho sentito prima di mangiare? Cosa durante? E dopo? Questo esercizio di consapevolezza può rivelare pattern nascosti e portare alla luce dinamiche che meritano di essere esplorate, magari con l’aiuto di un professionista del benessere mentale.
• Vai oltre le calorie
Sì, le calorie sono un’unità di misura energetica e in certi contesti vanno considerate. Ma non sono un buon metro di misura dell’adeguatezza nutrizionale o del benessere. Un pasto può avere le “giuste” calorie e lasciarci svuotati. Un altro può “sforare” i nostri calcoli e nutrirci profondamente: corpo, mente, relazioni.
Le calorie non catturano il piacere di un pasto condiviso, la soddisfazione sensoriale, il nutrimento emotivo.
Usarle come unico criterio di scelta è riduttivo e potenzialmente dannoso.
• Pesarsi e pesare: attenzione alle (troppe) richieste
Se lavori con figure professionali (nutrizionisti, dietologi, preparatori atletici), fai attenzione a come ti senti quando ti viene chiesto di pesarti frequentemente o di pesare il cibo in modo ossessivo.
La bilancia e il food tracking
possono essere strumenti utili in specifici contesti e per obiettivi precisi, ma
non dovrebbero mai diventare strumenti di controllo ansioso o di giudizio.
Se noti che pesarti o pesare il cibo sta alimentando pensieri ossessivi, ansia, senso di inadeguatezza, parlane con il professionista della nutrizione, saprà modulare l’approccio e mettere il tuo benessere psicologico al primo posto.
5. Da portare con te
•
Il cibo è uno dei linguaggi più antichi dell’umanità. Attraverso esso comunichiamo amore, cura, appartenenza. Ma può diventare anche il linguaggio del controllo, della punizione, della disconnessione da noi stessi.
•
Prestare attenzione a come parliamo del cibo, a come lo usiamo nelle relazioni, nelle foto sui social, a come ci sentiamo in sua presenza è un atto di profonda cura verso noi stessi. E può essere la chiave per accorgerci quando qualcosa, sotto la superficie, chiede di essere ascoltato.
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